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Intervista a Mariangela Gualtieri di Emilio Guariglia Torna alla scheda Mariangela Gualtieri Torna alla scheda Paesaggio con Fratello Rotto Indice contenuti Online Festival Mariangela Gualtieri comincia da un silenzio. Quel silenzio necessario dellesploratore astrale che ha gli occhi ancora troppo pieni di luce per tentare di descrivere le stelle con i poveri attrezzi del logos. Non ho ancora le parole, si schermisce pudica se chiedi a Mariangela di raccontarti a quali terre sconosciute siano stati condotti - lei, Cesare Ronconi e la Valdoca - dalla navicella del nuovo spettacolo. Uno spettacolo che porta il nome di Paesaggio con fratello rotto, ed è figlio di una scintilla divenuta fuoco nella centrale-teatro di Fies. Dove una lunga residenza ha permesso a Cesare e Mariangela di dare forma al sogno e dove, il 26 e 27 luglio la fiamma sarà svelata al pubblico. Di ciò di cui non si può parlare bisogna tacere, diceva il filosofo; cè un tempo per lestasi e uno per il movimento, ribadisce il poeta. Per Mariangela Gualtieri, maestra di parole, a venti giorni dal debutto è ancora il tempo dellestasi. È ancora tempo di tacere. Mariangela, leggo da unintervista sul sito Internet di Drodesera che tu e Cesare riconoscete il senso del vostro lavoro solo quando il lavoro è finito. Bene, Paesaggio con fratello rotto ora è finito: che cosè questo spettacolo? Dove vi ha portati? Ho visto ieri per la prima volta la prova filata. Oggi lho rivista. È stata unemozione molto forte Non ho ancora le parole per dirti che roba è quella lì Proprio tu, poetessa, non hai le parole? Le mie parole, ora, mi deludono. Mi piacerebbe pensarci più seriamente, mandarti qualcosa di scritto. Servirebbe anche a me Mi metto lì, cercando di prendere quellemozione Non è che ragiono, sai, ma le parole vengono dopo un po. Adesso sono ammutolita. Perché è una cosa molto forte, molto piena di dolore e che però anche te lo toglie un po, il dolore. E per la prima volta mi sono emozionata di più a vedere le immagini che non ad ascoltare le parole. Immagini anche molto strazianti, belle Perciò ecco, ti vorrei dire parole più allaltezza di quello che ho visto. Concedimi due giorni: domani mi riposo, lascio digerire tutto, poi ti scrivo. Permesso accordato. Nellattesa allora ti chiedo qualcosa di più semplice: se proprio non puoi dirmi dove ti ha portato Paesaggio con fratello rotto, magari puoi cercare di raccontarmi le rotte del viaggio, i percorsi, i rubinetti dellanima che hai aperto per costruirlo Comè sempre il nostro lavoro, Paesaggio con fratello rotto è una fotografia del mondo, di quello che succede adesso. E quindi cè il dolore, il dolore è un elemento che viene indagato molto. In scena ci sono questi tre animali: il modo più brutto e sbagliato di prenderli sarebbe quello di identificarli in una visione animalesca. Sono invece proprio unanima del mondo. Unanima forte, lanima radiosa del mondo. E anche nostra, in qualche modo, anche delluomo. Unanima che tu calpesti e neghi e ammazzi E che però ti manca, in un modo straziante. Sono tanti anni che le tue parole rincorrono questanima negata, e sono tanti anni che indaghi il dolore del mondo. Eppure siete di nuovo qui, nel 2004, con uno spettacolo che Cesare definisce un affresco sulla tragedia umana contemporanea. Non ti viene mai da pensare, allora, che nulla cambia, che tutte le parole e gli spettacoli, che la stessa utopia dellarte, in fondo non servano a nulla? Lo so che direte che sono una grande illusona. Ma io sono convinta che le parole facciano bene, che larte faccia bene. Cè la bellezza cioè la natura, come dice la Ortese, che in mezzo ci infila questo bellissimo cioè; e poi cè larte, che a volte aggiunge un po di anima allanima del mondo. Poco, pochissimo. Però importante. Come ho scritto nellaltro spettacolo, il poco poco è importante per cambiare qualcosa. Io mi ribello a chi ha questa teoria della fine, per esempio della fine della bellezza, come se non dovesse nascere più niente Non lo accetto, mi sembra una solfa, la solita vecchia solfa che in tutte le epoche qualcuno ha ripetuto. Alla solfa nichilista io mi ribello. Trentanni fa sembrava che la parola dovesse essere abolita dal teatro. Poi, quasi per rigetto, è fiorito il teatro di narrazione mentre molti gruppi della ricerca tornavano allordine dei classici. E ora chissà. In tutto questo la Valdoca, insomma tu e Cesare, avete sempre difeso con tenacia il vostro singolare incrocio fra il gesto -limmagine, lemozione - e la poesia. Credo che la forza di questa originale alchimia sia dovuta proprio alla qualità della tua parola, Una parola corporea, che non descrive, non racconta, ma agisce e colpisce. Sei daccordo? Devo dire che la mia parola è nata così, chiamata dal lavoro di Cesare. È lui che ha deciso, prima di me, che io dovevo scrivere: io invece ero molto timorosa e non mi sentivo allaltezza. E siccome poi lui lavora tanto sul presente - è davvero la persona più lontana dalla violenza della progettualità che io conosca - voleva delle parole per quel presente del suo lavoro e pensava che io potessi dargliele. Io sono nata chiamata da lui, e sono nata per cercare parole fresche, che arrivassero subito senza dover essere rilette due o tre volte. Quindi parole del corpo, dello sporco del corpo. La letteratura e la poesia spesso vi si allontanano, fanno fatica a dire con compostezza lo sporco del corpo. Quello sporco che poi del corpo è la vita: il parto, fare lamore, sudare Tutta questa vita qui, dentro la lingua della letteratura, non trova posto. In effetti la tua parola teatrale fa pensare a una delle più vitali incarnazioni del concetto artaudiano di crudeltà. Lo sento molto vicino Artaud, anche se lo sento più alto come scrittura. Ti confido una cosa, che nessuno potrà mai vedere nello spettacolo. A me non venivano le parole, per la scena finale di Paesaggio con fratello rotto. Allora ho trovato la preghiera di Artaud, quella che comincia Dacci teste di brace . È una preghiera fortissima, violentissima, ma anche molto letteraria. Io non posso scrivere parole migliori di queste, ho detto a Cesare, usiamo questa preghiera. Ma Cesare ha detto no, non va, devi riscriverla. Non osavo farlo, però ho cominciato, prendendo pezzi suoi, pezzi miei, così Finché adesso Artaud è sparito: non cè più neanche una parola sua. E però questo finale è anche la preghiera di Artaud, perché io ho cercato di prendere quella forza. Dentro questo spettacolo cè molto Artaud. Dentro questo spettacolo, come avete già avuto modo di dire tu e Cesare, cè anche molto della centrale di Fies, il luogo dellelaborazione del sogno iniziale. So che per un certo tempo ti sei anche chiusa in una casetta vicino alla centrale per trovare le parole. Vedi qualcosa in particolare, in Paesaggio con fratello rotto, un segno, una suggestione, che si leghi a questa vostra residenza a Dro? Credo che sia proprio nato lì, il lavoro. Dirti una cosa precisa è difficile, ma per me è stato bello scrivere a Fies, ed è una cosa che non mi succede spesso. Io sento che nei posti ci sono le parole, e in quel luogo ne ho trovate tante. Le ho trovate nel capannone, perché una notte mi sono fatta portare un materasso e ho dormito lì, con un pipistrellone che girava Ma anche nella casetta. È nato tutto lì, da quello spazio, da quella misura, da quella grandezza Anche la foresteria, il fatto di poter mangiare in quello stesso luogo, di poter stare concentrati tanto tempo Quante occasioni come questa si trovano oggi, in Italia, per chi fa un mestiere come il vostro? Quanto tempo è concesso, a un artista, per abbandonarsi allestasi, o se vuoi, più pragmaticamente, per concentrarsi come hai appena detto tu sul processo creativo? È dura, durissima. È molto, molto difficile. È difficile perché cè questa violenza della progettualità. Tutti devono cioè far finta di sapere che cosa stanno facendo, di saperlo benissimo prima. Perché nessuno investe su di te, sul fatto che da ventanni fai questo lavoro e lo fai bene. No. Noi ancora siamo venduti solo dopo che è stato visto il nostro spettacolo, cosa che non accade se invece fai Shakespeare o un classico. LAmleto, come lo fai lo fai, lo vendi. Invece noi nessuno sa prima cosa faremo, e tutti vogliono saperlo. Credo sia davvero una maledizione questa del progetto e della progettualità nellarte Eppure già un secolo fa un illustre critico francese spiegava la differenza: lartista conosce se stesso solo a cose fatte. Altrimenti sarebbe un artigiano, che sa esattamente dove vuole arrivare e quali mezzi tecnici gli servono per arrivarci Mi fa piacere che qualcuno lo dica, perché qui invece fingono tutti di sapere benissimo cosa faranno ancor prima di cominciare. In effetti sa un po di bluff, perché se il compito dellarte è portarti un centimetro più in là del confine conosciuto È così, il processo artistico nasce proprio dal fatto che ti perdi e poi esci da quellessere perduto, da quel panico, da quel dolore, da quel tormento... Ecco, quelluscita lì ti porta a fare il passo, che è lo spettacolo, la musica, il quadro E invece ovunque devi avere un progetto, e non solo quando ti confronti co listituzione: tutti vogliono che tu sappia cosa farai, devi avere le parole prima. Io credo che facciano tutti finta, di averle. ...per me è stato bello scrivere a Fies, ed è una cosa che non mi succede spesso. Io sento che nei posti ci sono le parole, e in quel luogo ne ho trovate tante... Perché altrimenti è impossibile. Oppure è unaltra cosa. E nella vostra residenza a Fies questa violenza della progettualità non lavete avvertita? Le persone di Drodesera hanno una bellissima attesa su chi lavora. In questo senso sono molto femminili: uso questa parola con un po di tremore perché è sempre molto fraintesa, però se io penso alla progettualità, alla razionalità, le vedo come una dominante maschile, pur se acquisita anche da molte donne, in questi tempi. Invece a Dro hanno questaccoglienza, questattesa - e devozione anche, nel senso bello - di chi si aspetta un regalo ma lascia il tempo e il modo di prepararglielo. Sia io che Cesare siamo davvero felici che esista questa realtà, della quale sapevamo poco fino allanno scorso, quando siamo venuti qui per la prima volta. Mi sembra una situazione di una grazia forse unica in Italia, o comunque rara. Perché lo spazio è meraviglioso e le persone sono di unaccoglienza fraterna. Sono parte della tua impresa. Impresa non in senso, ovviamente, come dirti Berlusconiano? Sì, non in quel senso lì, ma in quello avventuroso, della grande impresa del teatro. Le persone, qui, sembrano allinizio. Io quasi non ci credo che facciano questo da ventiquattro anni. Hanno la freschezza della prima volta, non cè in loro segno di stanchezza... È strano che ti stupisca proprio tu. Anche la Valdoca, anche la tua poesia, dopo più di ventanni sembrano sempre aver dentro lenergia e lo stupore del primo giorno. O non è così? Insomma Io comincio a essere molto stanca, ti dico la verità, È uno sforzo così grosso, fisicamente, fare uno spettacolo. Uno sforzo nervoso, non so come chiamarlo E a volte penso ma cavoli, non ho più il fisico guarda. Non ce la faccio più a reggere tutta questa tensione Ma riesci a pensarti un giorno senza teatro, riusciresti a pensare la tua parola senza questo punto di partenza e di arrivo che è lo spettacolo? Non lo so, perché mi dà veramente tantissimo ogni volta. E vedo anche altri poeti, e poetesse, che non hanno questa possibilità - cioè di scrivere una cosa e sentirla detta - e sento che soffrono terribilmente. È davvero una grandissima occasione, questa, per un poeta. Forse è anche un po qui il segreto del miracolo Valdoca, una delle pochissime realtà teatrali italiane che negli anni del riflusso hanno resistito alle sirene del ritorno allordine. Si può pensarla come si vuole, sulla qualità del vostro segno artistico, ma è certo che siete rimasti un gruppo nel senso nobile e un po utopico che aveva questa parola negli anni Settanta; ed è anche certo che nel lavoro della Valdoca si respira ancora il profumo antico dei maestri, di coloro che consumano il tempo per trasmettere esperienze. Come avete fatto a non cedere, ad arrivare fin qui con questa voglia di cercare ancora, di crederci sempre? In effetti in Paesaggio con fratello rotto ci sono in scena sei ragazzi praticamente alla prima esperienza. Io ho visto il lavoro che ha fatto Cesare con loro, e devo dire che è stata veramente una grande scuola. A me fa un gran piacere che sia così, e che poi siano lì anche i vecchi attori, pronti a tornare nei prossimi spettacoli. Rispondere alla tua domanda però non è facile, perché in fondo noi non potevamo fare altro che questo. Non cè stato sforzo nellessere quello che siamo. Siamo stati il più possibile noi stessi: quello che amiamo, quello che abbiamo lurgenza di dire. Quindi non esiste una ricetta. E poi cè anche la nostra storia damore: io e Cesare ci siamo conosciuti da adolescenti, e forse manteniamo una fedeltà a quelletà. Io ho una memoria molto viva, della mia adolescenza e anche della mia infanzia. Sono la mia miniera, linfanzia e ladolescenza. E avendo conosciuto Cesare proprio allora Non so, è come se, senza mai dircelo, ci richiamassimo sempre a quella voglia lì che il mondo vada diversamente. Una voglia se vuoi donchisciottesca, che magari fa un po ridere: cè un grande cinismo intorno, e quindi tutta questa passione che noi abbiamo a volte è anche poco alla moda. Però è così. Non possiamo fare altro che questo. E in questo, ripeterci. Caro Emilio, ecco qualche parola. Usale pure come vuoi... Un caro caro caro saluto a tutti. Mariangela In questopera cè il ritratto, listantanea, di qualcosa di attuale e invisibile. Cè un dolore che sembra riguardare soprattutto loccidente: la spaccatura micidiale fra noi e lanima del mondo, quellenergia intuita e sempre tradita, che ci tiene vivi. Questa anima del mondo, taciuta con superiorità dalla scienza, rimpicciolita a corpuscolo con macchie dalla religione, resa ridicola dalla razionalità, resa retorica e melensa dalla lingua corrente, ecc., questo pezzo di brace cosmica che brucia nella terra e in ognuno di noi, questo è ciò che goffamente viene fotografato in questo primo paesaggio. È anche fotografata la distanza fra ciò che sentiamo e il modo in cui viviamo, fra il nostro dentro e il nostro fuori, per dirla semplicemente. Come siamo andati lontano da ciò che ci tiene in vita! grida la filosofia. Qui appunto si fotografa quella lontananza. Non so se ciò avvenga attraverso i corpi dei tre animali in scena, la loro leggerezza, dolcezza, bizzarria, forza, o se avvenga piuttosto in mancanza , cioè in quella sottolineatura che prende a volte ciò che viene nominato in assenza. Ho detto goffamente per dire che tutto in scena pare fuori misura, perché in realtà è come avere a che fare con un torrente, con un incendio, con un terremoto, con qualcosa insomma che non ci sta dentro la compostezza e la misura di uno stile. Un tema davvero incandescente, in cui è facile bruciarsi la faccia e la veste. Ma pensiamo che il teatro sia proprio questo sporgersi sul presente e cantarlo, come hanno fatto i classici, con la propria lingua, cantarlo ai contemporanei (cioè a quelli vivi con noi adesso), con segni che a loro appartengono. E soprattutto cantare ciò che più è taciuto, con tutti i rischi che ciò comporta. Come sempre di fronte ai lavori di Cesare, la razionalità non è la miglior guida alla visione, quanto piuttosto labbandono. La sua regia non procede mai progettualmente, né razionalmente, ma per intuito, folgorazioni, strappi, accensioni. E soprattutto nel rapporto stretto con gli attori: nel breve tempo di prove, le sei figure in scena sono cresciute in modo per me sbalorditivo, hanno assunto forza, pienezza, urgenza, bravura. Ciascuno porta la fiammella avuta in consegna e la rilancia: una sacerdotessa che è tutta pensiero e voce, un macellaio col quale è facile identificarsi, violento e pietoso, sbagliato dalla radice e scatenato, un organista che vola sui pedali di legno e dà suono a tutto ciò che avviene in scena. E da ultimo, di nuovo, i tre animali: la loro forte anima ci fa sentire quanto di noi, adesso, manchi. A loro abbiamo dato le parole di un poeta molto caro alla compagnia: Milo de Angelis. So che le parole che ci ho messo io sono su un limite, e forse qua e là cadono: insomma consegno un dono avendo a volte le mani sporche. Ma è solo terra, fango: chi vuole potrà scrollarselo di dosso e lasciare che esse facciano il loro lavoro di parole riverberanti. Questo succede quando si scrive dentro la scena, e si è in qualche modo travolti da ciò che ogni giorno, lì dentro, succede. Mariangela Gualtieri |
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