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Intervista a Michele Abbondanza
di Emilio Guariglia.

Scheda dello spettacolo
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Già non è cosa facile inventarsi assassini, complicatissimo è trovare buone ragioni per ammazzare i propri figli. Ci riuscì Medea, moglie tradita dell’eroe ateniese Giasone, ci sta provando - ovviamente per la scena - Antonella Bertoni. Madre e danzatrice che insieme all’inseparabile collegamarito Michele Abbondanza ha affrontato il viaggio nel cupo e dolente mito, appunto, di Medea. La “Medea” griffata Abbondanza-Bertoni, seconda tappa - dopo “Alcesti” - della trilogia “Ho male all’altro”, arriva alla centrale-teatro di Fies il 29 luglio per il debutto ufficiale in Trentino, a due passi da casa Abbondanza. Arriva, o forse sarebbe meglio dire torna sul luogo del delitto. Perché proprio qui, in una lunga residenza della compagnia, ha preso una buona parte della sua forma danzata il tormento omicida di Medea.
Sarà uno spettacolo immerso nella nebbia, annuncia Michele Abbondanza: la nebbia che Era, nelle Argonautiche, spande fitta sulla città per coprire l’arrivo e la fuga di Giasone, e che sulla scena renderà indefinito lo spazio e il tempo dell’azione. Una nebbia reale, diffusa da una macchina, che sembra però il doppio materiale di quella nebbia interiore contro la quale ha dovuto lottare allo stremo, dissipandola solo a pochi giorni dal debutto, l’anima artistica di Antonella. Paralizzata di fronte a quell’ultimo abisso e quasi incapace di lanciarsi - col corpo e con la psiche - in quel vuoto assoluto che deve precedere il gesto dell’assassinio dei propri figli. Un lavoro durissimo, quello della protagonista, che unito alla complessità di un allestimento scenografico ricco e curato ha richiesto oltre un anno e mezzo di crescita segreta.
Michele, in questa necessità di tempi creativi lunghi la nascita di uno spazio produttivo come la centrale di Fies può essere davvero una buona notizia per chi ancora lavora come voi.
Per noi lo spazio è uno degli elementi fondamentali. E uno spazio come la centrale di Fies è veramente aperto alla poesia e alla creatività. Noi abbiamo avuto la fortuna di provare lì tre settimane, in un processo di avvicinamento progressivo all’opera definitiva. E quel periodo lo ricordo come un periodo di prove altamente prolifico. Non a caso: è un luogo magnifico. È stato per noi fondamentale. Anzi, avremmo anche voluto ritornarci, ma la centrale è molto ambita: c’erano altre situazioni al lavoro, ed è giusto che sia così.
C’è un aspetto dello spettacolo che si lega in particolare a questa vostra residenza a Fies?
Assolutamente sì. Ora non ti saprei dire esattamente quale, si va per sensazioni. Però ogni volta che muovi tutto l’ambaradàn di scenografie e costumi - Medea necessita di un grande spazio - e hai la fortuna di ritrovarti il quadro completo della scena, per noi pittori-autori dell’immagine diventa un’opportunità da non sprecare. Un pittore a tirar fuori il suo quadro magari ci impiega poco, nel suo studio; per noi invece ritrovare il quadro di Medea vuol dire lavorare una settimana a livello di organizzazione, e poi montare, spostarsi, eccetera. E quindi il periodo di Dro è stato importante, così come certamente altri periodi in altre residenze. Ogni spazio ha una sua bellezza. Per esempio Longiano ha la caratteristica di offrire un teatrino delizioso, all’italiana, un confettino; la centrale di Fies ha invece un aspetto più spartano, più crudele, più selvaggio… Intorno ci sono queste macchine incombenti, il fiume, dove abbiamo anche fatto il bagno… Esperienze che ci hanno offerto certamente altri spunti, altre suggestioni.
Per noi lo spazio è uno degli elementi fondamentali. E uno spazio come la centrale di Fies è veramente aperto alla poesia e alla creatività.
A Fies c’è anche una bella cisterna che sembra proprio il pentolone dove Medea prepara i suoi veleni, o dove magari avrebbe potuto cucinare i suoi figli…
O annegarli… Lì non c’era problema di trovare il modo di ammazzarli. Quel posto è una miniera di strane macchine e trabocchetti: perfetto, per un lavoro sul tragico come quello che stiamo facendo.
Visto che parli di tragico, torniamo seri. Nella vostra storia di compagnia tu e Antonella avete sempre alternato ironia e dolore, spettacoli di profonda leggerezza, a volte sin quasi comici, e altri di profonda sofferenza. Nella stessa tragedia di Alcesti siete riusciti a entrare, con la scena iniziale, attraverso una chiave sorridente. Questa Medea, invece, da che parte sta?
Siamo partiti da spettacoli solari, color pastello (mi riferisco ad esempio a “Terramara”, prodotto proprio in collaborazione con Drodesera Festival) per passare poi al tragico con “Pabbaja”, che rimane secondo me uno dei lavori più interessanti, e purtroppo meno visti, che abbiamo fatto finora. Ma è stato un passaggio breve, in occasione del cinquantesimo della Resistenza, dopo il quale siamo tornati a quella, come hai detto tu, “leggerezza”: una levità piena di ironia, con musiche dal vivo, ancora una certa solarità.
Poi… Spiegare il perché non lo so, ma a un certo punto ci siamo avvicinati a una modalità più teatrale. Forse anche in seguito alla lettura di alcune tragedie, a una curiosità verso il lavoro che fanno i registi e gli autori di prosa sui testi, e certo non poco influenzati dal percorso con Bruno Stori e Letizia Quintavalla per la regia di “Romanzo d’infanzia”. Ma soprattutto proprio leggendo le tragedie ci siamo innamorati. Innamorati di questo modo di raccontare tra il fiabesco e il surreale… Questo ci ha portati piano piano, non per una scelta precisa di raccontare drammi o crudeltà, a un sentire che è diventato poi il progetto “Ho male all’altro”, la trilogia che si chiuderà credo nel 2006 con la terza parte.
L’avete già chiara in mente?
Non sappiamo ancora cosa sarà, ora vedremo. Ma se in Alcesti era il sacrificio di se stessi per amore e in Medea è il sacrificio di altri, i figli, nella terza parte potrebbe essere il sacrificio di un intero popolo. Tema purtroppo crudelmente di moda.
E in Medea in particolare, invece, come vi siete imbattuti?
Il progetto Ho male all’altro ruota attorno al tema del sacrificio per amore, il mito di Medea quindi poteva essere un filo d’arianna molto intrigante. È curioso come siamo arrivati a raccontare questo tragico in corrispondenza di un momento al contrario molto luminoso, come la nascita di un figlio. Molti ci hanno chiesto ma che è successo, avete avuto un bambino e fate la Medea? Tutto bene? In effetti mi togli l’imbarazzo di farti una domanda un po’ antipatica ma inevitabile…
Beh, sì, anch’io mi sono chiesto cosa accadesse. È ovvio, non sono cose logiche, che fai con razionalità. Però poi ci pensi. E allora mi son detto che forse l’aver avuto una cosa così preziosa come un figlio mi ha innescato subito -forse per una questione di carattere - anche il pensiero opposto: cioè, e se lo perdo? Quanto dolore devo pagare per la gioia che provo ora… Visto che
siamo così fragili, che non ci vuole niente a perdere il corpo e il resto chissà che fine fa… Ecco, cercando un perché mi sono dato questa risposta. Quando raggiungi la felicità, in questo mistero della vita, poi c’è anche da pagare il conto del dolore per la perdita di quella felicità. Un tema che è poi anche il nucleo drammatico di Alcesti e Medea. Ovviamente alla fine, mettere tutto questo in uno spettacolo diventa quasi una faccenda scaramantica…
A proposito di questa trilogia poco fa hai accennato anche a una ricerca verso una maggiore teatralità. Cosa intendi, precisamente?
A un certo punto abbiamo sentito il desiderio di approfondire il discorso del gesto, senza però tradire la matrice della danza. Molto è venuto, ripeto, proprio dalle esperienze con i registi, ma poi l’esigenza è rimasta anche nei nuovi spettacoli costruiti in solitudine. Perché la trilogia “Ho male all’altro” segna anche il ritorno a un lavoro da soli, mio e di Antonella. Siamo partiti noi due, poi ci siamo fecondamente contaminati con lo sguardo di altri, e alla fine siamo tornati a chiuderci. Io e lei, come ai vecchi tempi, a darci testate uno contro l’altro nelle sale prove.
E com’è andato, questo scontro ritrovato?
Eh, a capocciate vince la Bertoni. Senza dubbio.
Non ne dubito, e infatti la domanda quasi scontata è anche questa: va bene il mito che indaga l’amore nella coppia, ma poi alla fine Alcesti o Medea il protagonista, nel bene e nel male, è sempre la metà femminile della tragedia. Come te lo spieghi?
C’è poco da raccontarcela, proveniamo dalle donne. Noi mettiamo un briciolino nel momento del concepimento, ma i padri non sono biologici. Biologica è la madre. L’essere umano ha impiegato millenni a capire che un figlio è la conseguenza di un atto avvenuto nove mesi prima; il passaggio da maschio a padre è un passaggio mentale.
In effetti tanto in Alcesti che in Medea non è che le controparti maschili della coppia facciano proprio una gran figura…
Infatti. E allora tutto diventa anche un modo per raccontare una visione sull’essere maschile, sull’essere femminile, sulle relazioni di coppia.
Perché poi alla fine tutto torna alle relazioni fra le persone, e in maniera anche autobiografica alle relazioni tra un uomo e una donna che stanno insieme ormai da diciassette anni e che, come in tutti i percorsi d’arte, sulla scena si raccontano un po’.
A proposito di raccontarsi un po’, come diavolo è riuscita Antonella a entrare in un atto terribile come quello dell’assassinio dei suoi stessi figli? Come avete risolto quel gesto? Quanto vi è costato?
È una bella domanda. Perché la zona drammatica dell’infanticidio ci ha preso più tempo che tutto il resto dello spettacolo: Antonella non ci voleva entrare, giustamente.
Però, masochisti come siamo noi artisti volevamo arrivare proprio lì. Quasi, come dicevo prima, per esorcizzare il pensiero della possibile perdita. Antonella ci ha messo un bel po’, ma finalmente qui a Parma, ospiti del Teatro al Parco appena restaurato, si sta muovendo qualcosa. E stiamo arrivando al quadro finale.
Quindi a due settimane dal debutto siete ancora in fase di costruzione dello spettacolo?
È una mezza bugia, nel senso che il quadno c’è. Però mancava l’atto tragico precedente. Perché secondo me la tragedia non è nell’atto di lei che in qualche modo “fa fuori” i figli: è quello che succede prima, a preparare la tragedia che verrà dopo.
Ed era in quella zona che Antonella non voleva entrare. Non voleva immedesimarsi nello scatto psicologico che porta una madre a pianificare l’uccisione dei suoi figli. Un bel problema, per come lavoriamo noi, che cerchiamo sempre un sentimento per arrivare alla forma.
Una scena di scannamento si poteva costruire abbastanza facilmente, ma è il procedimento precedente all’atto che lei non riusciva a vivere, a rendere personale, a far suo. E quindi mancava il momento in cui l’innocente vergine Medea, innamorata di Giasone, che scappa con lui, che per lui tradisce il padre e uccide il fratello, decide - dopo essere stata annullata come donna e come madre - decide in maniera lucida di sbarazzarsi di tutti, figli compresi. Ora abbiamo trovato la chiave, e per Dro saremo pronti.
Ma il “male dell’altro” in questi quattro anni ha saputo contagiare anche gli spettatori, oltre che te e Antonella.
Le risposte a questi ultimi lavori, e posso parlarti soprattutto di Alcesti, perché Medea fin qui è passata al pubblico solo in forma di studio, sono state o molto negative, di rifiuto e quasi sfuggenti; oppure molto positive, da lasciare le persone immobili sulla sedia.
E tu come te le sei spiegate, queste reazioni opposte?
Me le sono spiegate come il frutto di una scelta più precisa, in una direzione. Quello che raccontiamo non è solo un atto tragico, ma è raccontato attraverso forme tragiche. Ci sembrava più coerente passare attraverso delle forme che al di là del contenuto, proprio come forme raccontassero il tragico. E quindi abbiamo lavorato molto sull’immobilità oppure su movimenti velocissimi. In scena sembriamo dei manichini sfatti.
Non mi stupisce che la visione di spettacoli costruiti in questo modo possa lasciare interdetti, soprattutto gli addetti ai lavori. Questo progetto piace molto di più a chi si occupa di teatro.
E infatti ci viene spesso chiesto di chi è la regia o perché non c’è il nome del regista in locandina. Che per me, ti dirò, è un bel complimento.
Insomma, vuoi dirci che Michele Abbondanza si coccola un futuro da regista, magari per quando fra cent’anni le gambe non gli reggeranno più?
Bravo, hai capito tutto. Regia di Abbondanza Michele, e chiuso.
E così finalmente la parte maschile della coppia riuscirà a prendersi le sue belle rivincite...
Ah, quello no. Catone diceva: “Appena le donne saranno equiparate a noi, ci saranno superiori”... nessuna rivincita possibile.