drodesera XXXVIII edizione
S U P E R C O N T I N E N T ²

NEL _SUPERCONTINENT _PUOI _MONTARE _UNA _TENDA _PER _LA _NOTTE _NEL _DESERTO_E_ USCENDO_ AL _MATTINO_ RITROVARTI _SULLA CIMA DELLA MONTAGNA.

IN THE SUPERCONTINENT YOU CAN PITCH YOUR TENT FOR THE NIGHT IN THE DESERT AND THEN IN THE MORNING
FIND YOURSELF ON THE TOP OF THE MOUNTAIN.



Program Press Kit



Performer, artisti, filosofi, curatori, sound designer, architetti, ricercatori, registi in procinto di riappropriarsi tanto delle tradizioni e dei simboli quanto del proprio futuro, aprendo nuove visioni, cambiando posto alle cose, producendo biodiversità e complessità di segno, di contenuto, di nuovi sguardi in nuove terre compiendo atti sciamanici.

Abbiamo abitato per un anno intero il Supercontinent. L’abbiamo abitato senza stare mai fermi, in modo che nessun confine passasse dall’immaginazione alla realtà, ma si creasse e si sciogliesse a seconda dell’incedere. Sostando nei rifugi, nel sentire, nell’immaginare un altrove, la terra sotto di noi si è mossa cambiando scenario ancora una volta. Nel Supercontinent puoi montare una tenda per la notte nel deserto e uscendo al mattino ritrovarti sulla cima della montagna.

Abbiamo attraversato, scoperto, nutrito, mutato, abbandonato ogni luogo di questa nuova Pangea. Abbiamo parlato lingue sconosciute che magicamente capivamo, intessuto relazioni con ogni cosa dalla più piccola alla più grande, siamo diventati animali, piante e poi arcipelaghi.
Ci siamo trovati a comunicare con qualsiasi mezzo cavalcando le diverse velocità. Siamo stati soli e nella folla contemporaneamente, eremiti e tasselli attivatori di nuove comunità. Ci siamo avventurati oltre le montagne, al di là dei mari, delle buche e delle pietre. E poi ci siamo persi percorrendo le stesse strade. Ci siamo incontrati per caso, ci siamo cercati come fosse l’unica via possibile, siamo stati autoctoni e nello stesso tempo stranieri nel Supercontinent.
Quando ci siamo accorti che facevamo parte del paesaggio, nel saltare i recinti ci siamo ritrovati a percorrere una mappa come linea continua tra il fuori e il dentro, abbiamo assegnato toponimi come in una carte de tendre* a definire passioni, paure, desideri segreti, nature.

Da cosa è composto un paesaggio? Come si crea uno spazio dal nulla? Come si abita un’idea?
Una serialità inaspettata presente nel titolo (SUPERCONTINENT nel 2017) così come nella tematica alla quale non è certo bastata un’edizione per sviscerare e raccontare al pubblico:  la nascita di una nuova Pangea data dai movimenti geologici e dalle tratte migratorie così come dall’intrecciarsi delle discipline e delle arti. Una terra in espansione, in movimento perpetuo che non cessa di generare domande, ipotesi, spostamenti, incontri inaspettati.
Come si organizza lo spazio attorno a un centro propulsore di immaginari e pensieri liminali e laterali? Dove finiscono le narrazioni minori? I confini sono linee immaginarie, possono le nuove pratiche artistiche spostarli, ridefinirli, annullarli?
Si torna a ragionare sulla “forma festival”, un modo per inglobare nell’istituzione stessa una forma di rischio d’impresa solitamente lasciata all’esclusiva produzione artistica. In questo modo è Centrale Fies a diventare un progetto artistico: l’istituzione diventa una struttura porosa sia per l’influenza degli artisti sia per l’influenza del contesto culturale e viceversa. 
Quest'anno, il festival sarà  SUPERCONTINENT DUE.
Anzi, al quadrato.


Performers, artists, philosophers, curators, sound designers, architects, researchers, directors that are about to regain both traditions and symbols as well as their future, by opening new visions, providing new space for things, producing biodiversity and complexity of sign, of content, of new views in new lands performing shamanic acts.

We have inhabited Supercontinent for a year. We have lived here without ever stopping, so that no boundaries could go from imagination to reality, but they could be created and melt according to their movement. After we took a break in the shelters, in the perception and imagination of a place elsewhere, the land underneath us has crumbled, changing the scene once again.
In the Supercontinent you can pitch your tent for the night in the desert and then in the morning find yourself on the top of the mountain.
We have explored, discovered, nourished, changed, abandoned every place of this new Pangaea. We have spoken strange languages which we could magically understand, we have built relationships with everything, from the smallest to the biggest, we have become animals, plants and then archipelagos.
We have found ourselves communicating by any means, running at different speeds. We have been alone and in the crowd at the same time, eremites and activators of new communities. We have ventured beyond the mountains, beyond the seas, the holes and the stones. And then, we have lost our way while walking along the same streets. We have met by chance, looking for ourselves as if it were the only possible way, we have been natives and foreigners at the same time in the Supercontinent.
When we realised that we were part of the landscape and when suddenly, while jumping the fence, we found ourselves going through a map as a continuous line between the outside and the inside, we gave a name to places, as in a carte de tendre* in order to define passions, fears, secret desires, natures.

What is a landscape made of? How can a space be created out of nothing? How can an idea be inhabited?
An unexpected seriality is to be found in the title (SUPERCONTINENT in 2017) and in the theme, which was not examined enough and related to the audience during only one edition: the birth of a new Pangaea, made possible by the geological movements and the migration routes and on the other hand, by intertwining disciplines and arts. An expanding land, that keeps moving perpetually and never stops generating questions, hypothesis, changes of position, unexpected encounters.

How can the space be organised around a propulsive centre of symbolic dimensions and liminal and lateral thoughts? What is the destiny of the minor narrations? The boundaries are imaginary lines, can the new artistic practices move, redefine, undo them?

The “festival format” is taken into consideration again, a way thus, to include in the institution itself a form of risk, which is usually managed exclusively by the art production. In this way, Centrale Fies becomes an art project: the institution becomes a permeable structure influenced both by artists and by the cultural context and vice versa.
This year, the festival will be SUPERCONTINENT TWO.
Or better, squared.




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Il reportage multimediale del festival